LawArtISSN 2724-654X
G. Giappichelli Editore

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Balzac e i paradossi del diritto privato ottocentesco (di Giovanni Chiodi, Università degli Studi di Milano-Bicocca)


1. Passione giuridica di uno scrittore - 2. Un’impossibile giustizia contrattuale? - 3. La lotta per l’eredità - 4. Qualche ulteriore ipotesi ricostruttiva - Bibliografia - NOTE


1. Passione giuridica di uno scrittore

Riportare il diritto al centro del discorso di Balzac è un obiettivo al quale, negli ultimi anni, si è dedicata larga parte della critica[1], con un lavoro di rilettura che è diventato una vocazione anche dei giuristi. A questo filone di studi è ispirato il libro che commentiamo, rivolto a indagare il “caso Balzac”.

Non è stato sempre così, a dispetto dell’evidenza anche biografica del percorso del grande scrittore di Tours che, com’è noto, il diritto nelle sue varie declinazioni disciplinari lo aveva conosciuto e sperimentato: studente alla Sorbona e praticante per un breve periodo, pur senza fare della professione forense la sua meta[2], Balzac aveva familiarità con le regole del diritto e i luoghi di esercizio del mestiere, spesso descritti nelle sue opere.

Oggi, al contrario, si tende a riconoscere con sempre maggiore cognizione di causa che il diritto costituisce una componente fondamentale, anzi il motore della narrativa balzachiana, il suo élément structurant[3]: uno strumento essenziale per uno scrittore che voleva rappresentare le dinamiche reali dell’individualismo del suo tempo, affaristico, spietatamente proiettato verso la conquista della ricchezza, del denaro, del potere a tutti i costi. Una risorsa che Balzac adoperava con piena informazione e competenza. Dobbiamo chiederci, allora, perché il diritto abbia ottenuto uno spazio così rilevante in Balzac, al punto che esso non si può affatto considerare un orpello o un elemento fungibile del contesto, bensì un oggetto privilegiato di osservazione, un perno della sua ottica di scrittore del reale. Il fatto è che Balzac ha voluto far comprendere al lettore quanto il diritto fosse strategico nelle logiche della società borghese. E dunque le incursioni giuridiche balzachiane, tanto più efficaci quanto rigorose, non risultano mai fini a se stesse, ma servono a rappresentare la società e le relazioni giuridiche nella loro verità, perché «le droit imprègne la vie»[4]. Ecco perché la loi e il Code non sono uno sfondo opaco, ma definiscono un sistema, e a ragione Balzac si può definire “juriste romantique”, come suona il titolo dello studio precursore di Adrien Peytel del 1950. Egli si fa osservatore del diritto in azione: non semplicemente quello scritto nei codici, uscito dalla mente del legislatore, ma quello applicato effettivamente dagli uomini in carne ed ossa, dai protagonisti della sua Comédie humaine, nelle loro relazioni personali, familiari, commerciali: «l’esprit des lois nouvelles», come afferma lui stesso[5].

In quali testi balzachiani il diritto assume il ruolo di perno della vicenda narrata e quali situazioni giuridiche attirano l’attenzione di Balzac nella sua letteratura? Il saggio di Guizzi fornisce un’intelligente risposta al quesito, con un grandangolo sul diritto privato. Senza proporsi di esaurire l’analisi, a fronte della sterminata produzione balzachiana, Guizzi individua alcuni temi centrali e alcuni romanzi o racconti “giuridici”, in cui appare più evidente la fisionomia del Balzac “romancier du droit”, per parafrasare il titolo felice di una recente silloge in materia[6], e del diritto patrimoniale in particolare, che ha come obiettivo la circolazione della proprietà. Il saggio è strutturato in otto capitoli di dimensioni simmetriche, nei quali il lettore viene guidato a ritrovare l’intreccio tra diritto e letteratura, che innerva opere note e meno note di Balzac.


2. Un’impossibile giustizia contrattuale?

Il capitolo sulla giustizia contrattuale è centrale, nell’analisi di Guizzi, che, in buona compagnia della critica più recente[7], individua nelle relazioni contrattuali un leitmotiv della narrativa di Balzac, che ha scritto pagine memorabili e psicologicamente finissime intorno alle vittime di contratti iniqui.

Provo a decifrarne le ragioni. Il paradosso del Codice civile, se lo si legge nella prospettiva originale dei giuristi napoleonici, è che esso non è affatto il prodotto di una visione ottimistica della natura umana e dell’onnipotenza della volontà. Gli individui proprietari, infatti, a più riprese sono descritti come esseri insensibili, egoisti, determinati nel loro agire da passioni e interessi, alla ricerca “assoluta” del profitto. In questa arena di conflitti, la legge non rimane indifferente e si assiste ad un abile dosaggio tra libertà e autorità, spesso frutto di compromessi, come nella disciplina dell’azione di lesione[8]. Il contratto è modellato dal legislatore, prima che dalla volontà degli individui. È il legislatore, infatti, che dichiara stabili e vincolanti gli accordi (art. 1134, ora art. 1103). È il legislatore che interviene per imporre dei limiti o per correggere gli squilibri economici contrattuali, quando è in gioco l’interesse dei proprietari di beni immobili, offrendo un rimedio per riequilibrare il contratto di vendita immobiliare economicamente iniquo (art. 1674). Quando, viceversa, lo scambio concerne il denaro (come nel contratto di mutuo) oppure i beni mobili, sia pure preziosi, il legislatore non interviene. L’art. 1134 può tutelare, quindi, anche contratti ingiusti: legalmente vincolanti, essi devono essere eseguiti dalle parti (sono assimilati alla legge, dice la celebre formula domatiana, ripresa dal Codice), anche se iniqui. Più che uomini razionali, che si presume abbiano la capacità di perseguire i loro interessi con giustizia e probità, i giuristi napoleonici ritengono di avere davanti uomini egoisti, che hanno come fine primario la massimizzazione del loro profitto personale. È in questa visione pessimistica del mercato e delle relazioni contrattuali che s’inserisce Balzac, con la sua riflessione sui destini del Codice civile, quello realmente applicato nella società della Restaurazione, e non quello idealizzato e mitizzato. Il prezzo della libertà contrattuale, al di là delle suadenti formule normative, Balzac lo svela attraverso la trasfigurazione artistica. Ed ecco che la penna dello scrittore rende visibile la società vera, quella solcata da intrinseche disuguaglianze e differenze, che l’abile strategia dell’astrazione giuridica aveva reso invisibili[9].

Lasciare liberi (anche se non totalmente) gli uomini di perseguire passioni, interessi e profitto, quali ripercussioni ha avuto nel mercato e, in una dimensione più larga, nella società? La lotta per il contratto ha prodotto effetti virtuosi oppure ha disumanizzato le relazioni interpersonali che, spogliate dei connotati minimi dell’altruismo e della solidarietà, hanno trasformato uomini (e donne) in rapaci, freddi, cinici esseri, disposti a tutto pur di ottenere (o mantenere) denaro e censo, ricchezza e rango?

Fatta questa premessa, possiamo concentrarci sulle “storie”[10] prese a paradigma nel libro. Il loro comune denominatore è che esse trattano tutte di individui (tanto gli sfruttatori quanto gli sfruttati) che, spinti dalla molla delle rispettive passioni e dei reciproci interessi, concludono un contratto economicamente squilibrato, dal quale, tuttavia, non possono o non vogliono liberarsi, quand’anche ve ne siano i presupposti (come ne Le Curé de Tours). In queste circostanze, lo scioglimento da un contratto iniquo è destinato a non realizzarsi mai (Le Curé de Tours, Le Cousin Pons) oppure, se avviene, è dovuto a cause estranee, come il provvidenziale intervento di un terzo (Gobseck).

In questi testi, Balzac mostra chiaramente il ruolo svolto dai contratti nella circolazione della proprietà, in una società di mercato come quella della Restaurazione e della Monarchia di luglio, in cui gli individui mirano sistematicamente ad arricchirsi a scapito della controparte, e «chi vuol rimanere puro, deve ritirarsi dagli intrighi del capitalismo»[11], rinunciare e rassegnarsi, secondo l’ancora valida intuizione di Lukács. Ed è qui che entrano in gioco le competenze giuridiche dello scrittore. Il giurista si accorge, infatti, esaminando il contenuto dei contratti e di altri atti giuridici (che Balzac, oltre tutto, ha sempre cura di riportare nel loro tenore letterale), che lo scrittore ne concepisce le formule con assoluta precisione tecnica. In questo modo, se Balzac da un lato è in grado di concepire una trama narrativa originale, dall’altro finisce per presentare un campionario di contratti iniqui, che smentisce categoricamente l’idea di un mercato capace di autoregolarsi in modo giusto ed equilibrato in assenza di interventi esterni. La sopraffazione è il dato connaturato, che emerge da questa sconcertante esperienza: tanto più cinica e dura quanto più si manifesta nelle forme legittime del diritto ed è esercitata anche dalle donne e non solo dagli uomini (l’elenco sarebbe lungo); ugualmente efficace e realistica anche quando il contratto presenta dei vizi.

In questa prospettiva, l’analisi giuridica degli accordi proposta da Guizzi è volta ad evidenziare, in ciascuna fattispecie, le clausole che consentono allo sfruttatore di approfittare legalmente della sua vittima, appoggiandosi ad uno o più articoli del Codice civile. Accade così che formule apparentemente neutre possano invece prestarsi nella prassi a realizzare subdolamente un abuso della libertà contrattuale. Senza addentrarci troppo nei dettagli, basti richiamare l’attenzione sulle figure giuridiche che si prestano a questo effetto perverso, in forme non lontane dalla prassi: una clausola di recesso anticipato (Le Curé de Tours), la vendita di beni mobili (Gobseck), la promessa del fatto del terzo (port-fort: Le Cousin Pons), un contratto di società, in quel romanzo (Illusions perdues) che, come è stato osservato[12], si apre e si chiude con due contratti lésionnaires.

L’immagine balzachiana del contratto, che emerge da queste e altre testimonianze, non è affatto consolatoria, ma al contrario di una cupa desolazione, al punto che la critica ha parlato con fondati motivi di pessimismo. Guizzi ritiene che, negli esempi citati, Balzac abbia voluto strappare la maschera alla finta uguaglianza della “regola del gioco” borghese, ma anche dimostrare l’impossibilità di libere scelte razionali in materia contrattuale e il miraggio della giustizia contrattuale. Su questo punto mi permetto di fare qualche precisazione. Non credo, infatti, che, come già anticipato, si possa parlare di una sorta di “ottimismo della ragione” negli artefici del Codice civile. Da questo punto di vista, sono più propenso ad accostare il pessimismo balzachiano a quello dei giuristi napoleonici. Ritengo, perciò, preferibile un’interpretazione diversa: l’osservazione così acuta e penetrante della vie sociale quotidiana offerta da Balzac, più che essere rivolta contro il dogma dell’autonomia della volontà, che è concezione sorta posteriormente al Codice civile[13], sembra riflettere la visione realistica dell’uomo preda di istinti e passioni, fatta propria anche dai giuristi napoleonici, nonostante ciò orientati a sostenere il liberalismo economico. Sta di fatto che, anche se l’uomo non è in sé «ni bon ni méchant»[14], l’egoismo è la molla della moderna vorticosa società dei contratti. Egoisti possono essere le stesse vittime, che condividono «l’egoismo innato di ogni creatura umana»[15] e che popolano una società guidata esclusivamente dall’interesse personale degli individui, proiettati alla conquista dell’oro, e in cui, come insegna Gobseck con una frase rivelatrice, «è dunque meglio essere lo sfruttatore anziché lo sfruttato»[16]. Cosa rimane, allora, della volontà nelle pagine di Balzac? Un simulacro, come la volontà di Birotteau[17]; la sola facoltà di «accettare tutto o rifiutare tutto… un sì o un no»[18], come nel contratto firmato da David Séchard (o nei contratti de gré à gré). Qualche studioso[19], non a caso, sostiene che la narrativa di Balzac abbia precorso, attraverso i mezzi della creazione artistica, la critica sociale all’individualismo, che si sarebbe sviluppata anche in Francia alla fine dell’Ottocento.


3. La lotta per l’eredità

Dalla volontà contrattuale alla volontà testamentaria, dai conflitti contrattuali a quelli successori, dalla lotta per il contratto alla lotta per la successione al parente ricco. Il terzo capitolo centra un altro degli aspetti messi in luce dalla Comédie humaine balzachiana: la spietata ricerca del tornaconto personale, del denaro e del guadagno, attraverso gli outils giuridici offerti dal diritto delle successioni. Un diritto che, secondo l’inter­pretazione che ritengo più condivisibile, al pari di quello delle obbligazioni, ha un netto fondamento politico: esso restituisce ai padri la libertà testamentaria nei confronti dei propri discendenti, della quale erano stati clamorosamente privati sotto la Rivoluzione, così da conferire loro un ulteriore strumento, fondato sul gretto interesse economico, per essere meglio obbediti; esclude i vincoli fedecommissari alla libera circolazione dei beni; fonda una successione legittima basata sul principio di eguaglianza tra coeredi (da cui derivano l’abolizione del diritto di primogenitura e il frazionamento delle proprietà), ma frustra le aspettative del coniuge e dei figli naturali del defunto (che non sono nemmeno definiti eredi, pur essendo ammessi alla successione, in misura ridotta rispetto ai figli legittimi); prevede quote di riserva, a favore dei discendenti e ascendenti, ma non del coniuge, dei figli naturali, dei parenti collaterali. Forte è l’interes­se per questi temi da parte di Balzac, consapevole che grandi fortune si trasferiscono attraverso il testamento o tramite i complicati congegni della successione legittima e della riserva ereditaria, cui del resto non risparmiò alcune critiche; conscio, quindi, che grandi drammi umani si possono consumare anche nella lotta alla successione, che può facilmente assumere i connotati di una sfrenata contesa diretta all’annientamento non solo patrimoniale ma anche morale dell’avversario. Una lotta che, nelle sue articolate dinamiche, può assumere diverse forme. Quelle descritte da Guizzi, nell’orbita di una letteratura che ha recentemente approfondito anche questi aspetti[20], riguardano soprattutto le lotte dei parenti collaterali, eredi legittimi ma non legittimari, contro un testamento che nomini come legatari particolari o universali altri soggetti, verso i quali il defunto nutra maggiore affezione. Ma quanto i doveri familiari, che imporrebbero di non trascurare del tutto le pretese dei collaterali, devono sopravanzare sulle ragioni affettive? Il Codice civile ha lasciato la scelta al testatore: ma in una società governata dal denaro quanto la libertà testamentaria può prevalere sull’interesse? Ancora una volta, il problema giuridico in Balzac diviene azione e si fa romanzo.

Non si può non accogliere con favore, in tale contesto, la lettura di un romanzo splendido, Ursule Mirouët (1841), autentico caposaldo delle “inheritance stories” balzachiane, in cui, come osservato da un fine lettore[21] e ora confermato da Guizzi, lo scrittore ristruttura il genere letterario che ha per protagonista un oncle à succession, facendone veicolo di un messaggio nuovo: la denuncia della discriminazione giuridica dei figli naturali, ben rappresentata dalla disputa che divide i protagonisti sulla facoltà o meno di uno zio di istituire erede la prediletta nipote naturale. Tra l’altro, nella narrazione, lo scrittore cita stavolta non solo gli articoli del Codice civile, ma anche alcuni arrêt giurisprudenziali. Aggiungerei che, quando il romanzo fu tradotto in italiano a Milano nel 1842, con molta disinvoltura il curatore Ercole Marenesi espunse il colloquio tra Minoret e il giudice Bongrand, adducendo la scarsa affidabilità giuridica dello scrittore[22].

Molto più pacifica, in termini giuridici, era la questione successoria che, ne Le Cousin Pons, aveva acceso l’estro dell’autore: nessun dubbio, infatti, che il célibataire immortalato da Balzac, creduto povero dai protervi coniugi Camusot e invece proprietario di una ricchissima collezione d’arte, avesse piena facoltà di disporre a favore del fido amico Schmucke, trascurando il giudice Camusot de Marville, suo parente collaterale di quinto grado. E tuttavia il contrasto, spinto dall’interesse economico, si profila ugualmente, benché il diritto sia apparentemente tutto a favore della libertà del testatore. Anche qui abbiamo una situazione giuridica in cui gli eredi si contrappongono all’estraneo, nella piena consapevolezza del diretto interessato, cioè di Pons, che escogita una machiavellica soluzione: due testamenti, il primo olografo, in cui lascia in legato la sua magnifica collezione di quadri al Louvre (e di cui si aspetta la probabile scoperta e distruzione); il secondo pubblico, in cui egli nomina legatario universale l’amico, al fine di assicurare il rispetto della sua volontà contro le mire dei parenti. Non ci riuscirà, perché l’erede, su consiglio del sordido avvocato Fraisier, impugnerà il testamento per captazione e Schmucke ne morirà.

Le cose non vanno meglio neanche per i discendenti del testatore, e in particolare per i suoi figli legittimi, indiscutibili eredi, se è vero che almeno due testi, La Rabouilleuse (1840-1841) e il già citato racconto Gobseck, rappresentano le peripezie escogitate per conservare l’eredità nelle mani dei figli. Nel primo romanzo, la tematica successoria si presenta intrecciata con quella familiare e biografica di Balzac: una figlia, Agathe Rouget coniugata Bridau, privata della sua eredità a favore del fratello Jean-Jacques, e madre di due figli, Philippe, militare, e Joseph, artista; la caccia all’eredità dello zio, un altro célibataire, abitante a Issoudun, da parte di una serva tiranna, la “rabouilleuse” Flore Brazier, che alla fine sposerà lui e alla sua morte, ereditati i suoi beni, Philippe, fino a che il patrimonio (compresa una collezione di quadri) non finirà a Joseph. Nel secondo esempio, tratto nuovamente da Gobseck, il conte di Restaud, consigliato dall’esperto Derville, per evitare che l’eredità dei figli fino alla loro maggiore età sia amministrata dalla madre, decide di stipulare una vendita simulata dei suoi beni all’usuraio, con una controdichiarazione separata che ne rivela le reali intenzioni. Anche in questo caso, insegna Balzac, la realtà quotidiana è più complessa di ciò che il Codice civile sembra voler immobilizzare nelle sue maestose arcate. La contessa di Restaud, personaggio che la prosa di Balzac restituisce in tutta la sua complessità (cattiva figlia, cattiva moglie, ma forse non del tutto cattiva madre, ed ora anche criminale), nella sua frenesia brucia ignara il documento che avrebbe assicurato la proprietà dei beni ai figli. Come non vedere in questo vorticoso finale balzachiano la furia delle passioni e degli interessi che divorano una società sempre più assisa sulla potenza conferita dal denaro?


4. Qualche ulteriore ipotesi ricostruttiva

Altri capitoli dell’analisi di Guizzi abbandonano la microstoria per allargare lo sguardo verso le grandi trasformazioni del capitalismo economico di primo Ottocento. Si tratta di una parte interessante del libro, che dalla disamina giuridica di singoli episodi di exploitation contrattuale (nel libro è presente anche una lucida analisi sub specie iuris del fenomeno del prestito a interesse) o di attentato alla libertà testamentaria dei disponenti, passa a concentrarsi su fenomeni più generali, quali l’affermazione di nuove forme di commercio, lo sviluppo del mercato degli investimenti finanziari, le ripercussioni della crisi d’impresa, descritti con impressionante lucidità sous la plume di Balzac. Sono profili, compreso quello del traffico cambiario, che non si possono approfondire in questa sede. Mi sembra utile, piuttosto, a conclusione di queste note, proporre qualche ulteriore riflessione sul diritto privato ottocentesco, nelle dimensioni trattate nel saggio da cui si sono prese le mosse.

Due aspetti ambivalenti del diritto positivo contenuto nei codici emergono dalla narrativa balzachiana: la legge può essere giusta o ingiusta, innovativa o conservatrice, imporre un nuovo assetto sociale o confermare un ordine preesistente, essere accettata o rifiutata dalla società. Lo sguardo di Balzac è sempre alla società, agli attori sociali, agli individui, a come essi percepiscono e applicano le regole volute dal legislatore. Dal diritto privato, nella visione di Balzac, possono scaturire profonde ingiustizie. Balzac addita la pericolosa deriva di alcune regole dei Codici. La sua visione, è già stato osservato da altri ed è ora sottolineato anche dalla lettura di Guizzi, è pessimistica.

In primo luogo, i Codici possono coprire delle sopraffazioni, come ad esempio rendere legalmente inattaccabili atti di scambio economicamente sproporzionati.

In secondo luogo, anche quando essi prevedano dei rimedi idonei ad impugnare un atto ingiusto, altri “codici” rendono molto difficile, se non impossibile, il riequilibrio della situazione in conformità ad istanze di giustizia ed equità. I codici sociali, le apparenze borghesi, le regole rigide e ferree di una società gerarchica, l’onore da proteggere e il timore di uno scandalo possono essere vincoli molto più forti della legge, talmente forti e vincolanti da frenare il ricorso ai tribunali. Un anello fondamentale, da questo punto di vista, si dimostra, ancora una volta, il racconto Gobseck, nel quale Balzac in modo geniale è riuscito a dimostrare quanto il diritto sostanziale sia totalmente impotente senza azione e senza processo. Il timore del disonore è una ragione valida che impedisce l’accesso alla giustizia, tanto quanto le incertezze interpretative così ben rappresentate dai discorsi degli avvocati, dei notai e dei giudici balzachiani. Ad azzerare i possibili benefici dei rimedi legali intervengono anche ragioni strettamente individuali: le sofferenze umane, le debolezze dei buoni, le fragilità di chi, in una società aggressiva e competitiva, in cui anche la giustizia è preda di passioni umane che la rendono inefficiente, è destinato a perdere (e a perdersi). Come non rievocare, allora, un’illuminante considerazione di Michel Lichtlé, che vale la pena di recuperare: «La Comédie humaine est l’œuvre d’un homme qui contrairement à l’opinion commune sait par exemple que le droit civil est non moins contraignant pour l’individu que le droit pénal»[23].

Balzac, inoltre, non vede solo le leggi nella loro astratta previsione, ma prende in considerazione altri canoni di comportamento e i mali di una giustizia inefficiente[24]. Per questa sua apertura oltre gli angusti recinti del diritto positivo, verso il non-droit[25], possiamo considerarlo uno scrittore non solo realista, ma anche pluralista. Non esistono solo i maestosi monumenti della codificazione napoleonica, ma compaiono prepotentemente sulla scena anche altri elementi: le disfunzioni di una giustizia incapace di assicurare l’applicazione delle disposizioni normative; modelli e regole sociali di convivenza; le mutevoli componenti della natura umana: forze tutte capaci di orientare e governare le azioni (o le inerzie) degli individui e di dare vita, come è stato scritto, a «la comédie (in)humaine de l’argent»[26]. Il “caso Balzac”, esperimento positivo di diritto e letteratura, invita a riflettere sul destino dei messaggi del diritto privato, guardando più che ai nudi precetti scritti nelle tavole sacre dei codici, alla società chiamata ad applicarli, e quindi ai comportamenti dei privati, agli apparati di giustizia, alle regole di convivenza sociale, alle manovre dei capitalisti dell’impresa industriale e della finanza. La letteratura di Balzac mostra, allora, con i potenti mezzi di una scrittura disincantata che “demonizza” gli eventi sociali[27], che la libertà di contratto promessa dal Codice civile può apparire illusoria; che la giustizia contrattuale è un traguardo impossibile da raggiungere, o quanto meno difficile; che la libertà testamentaria è minacciata; che il gioco della concorrenza è messo in pericolo da asimmetrici rapporti di forza. Questo genere di letteratura insegna che il diritto va cercato nella società che lo recepisce: è solo lì che potremo trovare la “chiave dell’enigma”[28].


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Wurmser, André (1965), La Comédie inhumaine, Paris, Gallimard


NOTE

[1] Dopo la monografia di Peytel (1950), gli studi di Donnard (1961), Wurmser (1965) e Bardèche (1967), sono da menzionare i fondamentali scritti di Lichtlé, ora raccolti in volume (2012), tra cui Balzac à l’école du droit (1982), Sur l’Interdiction (1988), Balzac et le Code civil (1999), Le Colonel Chabert, roman judiciaire (2012). Centrati sui profili giuridici sono anche il libro di Mourier (1996) sull’ingiustizia della legge; il saggio di Kornstein (2000); il volume di Counter (2010) sui conflitti ereditari nella narrativa francese dell’Ottocento; l’ottima miscellanea di Dissaux (2012), che ha chiamato a raccolta molti cultori del diritto positivo francese intorno al tema Balzac, romancier du droit. Tra gli interventi degli ultimi anni si possono ricordare Farrant (1992); Gengembre (2000); Conrad (2014); Lundwall (2014), che definisce Balzac «le plus juriste des romanciers» (p. 356); Dissaux (2014); Heathcote (2014); Lévêque (2017); Bruyère (2019), Véron (2020) e, in Italia, il saggio esemplare di Mazzacane (2017) e il bell’articolo di Guizzi (2019).

[2] È naturale il riferimento al classico Lichtlé (2012), pp. 137-156.

[3] Per ricorrere ancora alla formidabile definizione di Lichtlé (2012), p. 137.

[4] Lichtlé (2012), p. 165.

[5] Balzac (1869), p. 201.

[6] Dissaux (2012).

[7] Tra i contributi più rilevanti: Praud (2012); Bergeman (2012); Lundwall (2013), che definisce il contratto nell’opera di Balzac «carburant de l’intrigue, huile dans les rouages» (p. 357).

[8] Sull’antropologia dei giuristi napoleonici sono di riferimento le numerose ricerche, ora raccolte in volume, di Martin (2003); Niort (2004) e (2009) e, in Italia, Solimano (1998) e Cavanna (2000).

[9] È opportuno il rinvìo, ex multis, alle splendide pagine di Caroni (2015), che ha spiegato benissimo la transizione alla “divorante” e “dilagante” società della concorrenza (Caroni, 2018, p. 93) propiziata dai codici borghesi. Sull’irresistibile attrazione del mercato nel pensiero dello storico ticinese: cfr. ora Caroni (2019) e Chiodi (2020).

[10] Un “contratto-capestro” di locazione (Le Curé de Tours, 1832); una compravendita di diamanti (Gobseck, 1835), una compravendita di quadri (Le Cousin Pons, 1847); la vendita di una tipografia (Illusion perdues, 1843).

[11] Lukásc (1974), p. 73.

[12] Lundwall (2013), p. 358.

[13] Halpérin (2014).

[14] La Comédie humaine, Avant-propos, in Balzac (1842a), p. 17.

[15] Balzac (2019), p. 27.

[16] Balzac (2016), p. 23.

[17] Balzac (2019), p. 67.

[18] Balzac (2020), p. 40.

[19] Ad esempio, Praud (2012).

[20] Penso alla monografia di Counter (2012), ma anche ai volumi di Lucey (2003) e Tilby (2007); ai saggi di Mozet (1993), Mortimer (2011), Macé (2012), Pasco (2016).

[21] Counter (2010), pp. 76-105.

[22] Balzac (1842b), p. 130 nt. 1.

[23] Lichtlé (2012), p. 137.

[24] Guizzi (2020), pp. 245-261.

[25] Lundwall (2014).

[26] Péraud (2013). Cfr. anche Péraud (2012).

[27] Auerbach (1981), p. 266.

[28] Balzac (2019), p. 67.